14 Gen Comunicare con l’AI sfide e consapevolezza
Comunicare AI e Mondo moderno
L’introduzione di AI generative in grado di conversare con noi umani, presenta vantaggi e un (a mio avviso importante) aspetto critico.
Ammetto di usare AI generative per aiutarmi nelle ricerche e nella generazione di immagini, a volte anche per ricevere spunti da poter elaborare. Non ho mai comunicato con una AI. Tuttavia, occupandomi di comunicazione ho letto diverse opinioni a riguardo e credo sia necessario evidenziare l’aspetto critico che (per il momento) emerge.
Comunicare, per un umano, significa molte cose. Per l’AI è solo uno scambio di dati
Da centinaia di migliaia di anni, comunicare, per gli esseri umani è stata un’esperienza relazionale con i propri simili, incarnata, situata precisamente ed emotivamente significativa.
Per l’AI comunicare significa scambiare dati, che l’interlocutore sia un’altra macchina o un essere umano, per lei non cambia nulla. Riceve dei dati, li elabora e adatta le proprie risposte di conseguenza. Pronta a ricevere nuovi dati e ricominciare il processo (input > elaborazione > adattamento > output).
Comunicare dal punto di vista umano…
…significa attraversare emozioni, provare empatia. Comunicare per gli umani è inseparabile dal contesto, adattiamo le nostre parole, ma anche l’atteggiamento, rispetto al contesto in cui ci troviamo. Comunicare in una riunione di lavoro e negli spogliatoio della squadra è molto diverso, due esperienze differenti che investono diverse emozioni. Durante la conversazione, la nostra memoria, va alla ricerca di esperienze simili, di modelli utilizzati, di emozioni emerse in quel contesto. Facciamo paragoni, cercando similitudini e notiamo le differenze, per gestire al meglio la situazione presente. Chi ci ascolta vive esattamente le stesse cose, viene influenzato da noi, come noi da lui.
l’AI tutto questo non lo vive e (almeno al momento) non può viverlo
L’AI può replicare una conversazione empatica, può esplicitare delle emozioni, ma non le prova. Quella frase è frutto dell’analisi dei dati ricevuti ed è considerata la migliore opzione di risposta. Stop. Mancano la dimensione interpersonale e quella cognitiva. È assente il cambiamento del sé attraverso l’altro. La comunicazione è ferma all’aspetto di contenuto e non c’è quello di relazione.
Comunicare con l’AI non significa relazionarsi
Per noi, senza la relazione, il contenuto della comunicazione rimane un dato privo di significato. L’aspetto relazionale si esplicita attraverso l’interazione con l’altro e riguarda il modo in cui interpretiamo la relazione. Riguarda la fiducia nell’altra persona, oppure se la stimiamo o meno, se proviamo affetto o la detestiamo.
In sostanza, in quale posizione riteniamo di essere l’uno rispetto all’altro. E tutto questo genera emozioni, a volte positive altre negative. Sentirsi a proprio agio o infastiditi, sereni o stressati, sono esperienze del comunicare umano, l’AI non sa cosa significhi, non co-costruisce il sé insieme a noi.

Una nuova esperienza a cui il nostro cervello non è allenato
Comunicare con un’AI ci espone a un’esperienza completamente nuova. Una relazione (chiamiamola così) che non si appoggia più alla reciprocità, all’incertezza condivisa, alle emozioni vissute, al tempo trascorso insieme, ma a un’interazione che appare coerente e intelligente, ma priva di esperienza “incarnata”.
La soluzione non è abbandonare l’AI, ma ricordare a sé stessi, i propri cari e collaboratori, con chi stanno interagendo e come l’AI processa l’atto del comunicare. Il rischio è dimenticarsi di chi abbiamo di fronte, di antropomorfizzare l’interlocutore artificiale rendendolo ciò che non è.
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